Scienza e Montagna

Banchisa Polare [Artico]: foto

Novembre 20, 2009 · Lascia un Commento

 

Chi ha rubato il polo nord?

Alcuni di voi cercano immagini della banchisa polare (lo vedo nelle ricerche con cui arrivate al sito). Chi ne avesse bisogno mi puo’ contattare, ne ho scattate molte durante una spedizione di cui trovate un assaggio qui.

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Se le foreste muoiono.

Novembre 6, 2009 · 3 Commenti

Autoreferernziale al massimo, cito un mio articolo ora su Repubblica.it . In parole povere cresce il numero delle stragi di alberi e di intere foreste che sarebbero collegate al cambiamento climatico.

Non vorrei essere frainteso: il cambiamento climatico non sta trucidando le foreste. In molti angoli del globo le foreste stanno invece riguadagnando terreno. In molti altri stanno invece diminuendo, ma le cause sono varie. Una delle maggiori è l’urbanizzazione. O perfino la caccia delle scimmie in Amazzonia, che ridurrebbe la dispersione dei semi dei frutti che le scimmie mangiano, che trasportano nella foresta, e che rilasciano qua e la nelle loro feci. Insomma, morti improvvise di boschi e foreste ci sono sempre stati, sparizioni di boschi per mano umana, poi, meglio non pensarci.

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Acace stecchite per la siccità in Australia

Il punto è che trovare un legame sulle aree in cui queste morie avvengono ed il clima ci fornisce un nuovo elemento per attuare politiche di sostegno alla natura, puntuali. Se sappiamo che una regione è soggetta ad un cambiamento climatico e notiamo la morte di interi pendii boscati, possiamo attuare delle misure ad-hoc per salvaguardare un determinato bosco.

Uno dei maggiori problemi e’ che il tema “bosco” sembra scivolare sempre fuori dai grandi incontri e dai negoziati sul clima. Ci sara’ presto un summit sul clima a Copenaghen. Su cui sono pesano molte aspettative, infatti’ fino ad oggi si e’ uscito con grandi pacche sulle spalle, strette di mano, affermazioni forti, ma senza azioni forti – spesso impopolari e che vanno contro alla logica di mercato attuale. Al summit parteciperanno alcuni attivisti di Rainforest Alliance impegnati nella preservazione delle foreste in America. Tra l’altro, decidere sulle azioni per conservare il patrimonio vegetale del pianeta non e’ cosa facile. Le Nazioni Unite hanno una proposta di schema internazionale per salvaguardare le foreste tropicali che se da un lato potrebbe salvare alcune specie, rischia, secondo alcuni scienziati, di danneggiarne altre. Lo schema incentiverebbe i privati a “prendersi cura” di alcune foreste. Con il rischio, secondo quanto scrivono gli scienziati sulla rivista Current Biology, di concentrarsi su quelle foreste che sono “cheap to protect and rich in carbon” (economiche da proteggere e ricche in carbonio), e tralasciare le altre – che magari sono importantissimi hotspot di biodiversita’ .

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Una montagna di rifiuti elettronici.

Ottobre 29, 2009 · 2 Commenti

Ecco un post metaforico. Parlo di montagne, ma di rifiuti.
A partire dalla metà degli anni novanta, l’uso di piccoli apparecchi elettronici come i telefoni cellulari e lettori mp3 è cresciuto in maniera esponenziale. Montagne di plastiche, materiali conduttori, metalli e metalloidi di ogni natura sono entrati nelle case e nelle tasche di una grande fetta della popolazione mondiale. Con il progredire delle tecnologie i prezzi sono rapidamente calati, e nuove montagne di strumenti elettronici sono entrati in una altra grande fetta di popolazione, quella meno abbiente. Materiali che, in maniera programmata o meno, hanno una vita media dell’ordine di pochi mesi, qualche anno al massimo (la vecchia radio Brionvega della nonna, durata 30 anni è cosa passata, oggi un iPod sopravvive poco piu’ di un anno).
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I rifiuti elettronici (e-waste), composti da strumenti elettronici scartati, è diventata la componente in più rapida crescita di un immane giro di rifiuti solidi, formando autentiche montagne. Gli Stati Uniti sono al top di questa catena, ed uno studio pubblicato proprio ora sulla rivista SCIENCE mostra alcuni numeri che fanno tremare: ogni casa americana contiene in media almeno 4 strumenti elettronici che pesano meno di 4.5 chilogrammi (iPod e macchina fotografica digitale) ed almeno due che ne pesano di più (un largo flat screen). Insomma, 747 milioni di oggetti elettronici ad un passo dalla fossa. O, per dirla in altri termini una montagna di 1.36 milioni di tonnellate (se puo’ essere d’aiuto per farsi una idea: La Russia produce quasi 1.5 milioni di tonnellate di carne. Oppure la Barilla, che trasforma ogni anno 1,3 milioni di tonnellate di grano duro). Lo studio pubblicato su Science è un nuovo allarme, gli autori dicono che c’è bisogno di agire subito per evitare che i rifiuti tossici di strumenti elettorinici danneggino il pianeta. In questo, noi dei paesi più sviluppati, voraci consumatori di beni effimeri, siamo brillanti e sconvolgenti. Estraiamo il materiale in paesi più poveri, sfruttando la manodopera senza neanche dover vedere come si riduce la loro esistenza (in un paese nei pressi di una miniera di zinco in Perù le malattie di tumore superano i livelli medi globali di ben quattro volte, mentre il tasso di piombo nel sangue di alcuni abitanti supera di dieci volte il massimo consentito dalla OMS). Poi ci godiamo il nostro bene con tranquillità, tra una fermata e l’altra del tram. Stufi del design o delle prestazioni del nostro oggetto, oppure al primo guasto (che il negozietto dove portare il mangianastri inceppato a riparare non esiste più), gettiamo l’apparecchio che, nei migliori dei casi, ritorna in paesi come Cina, India ed altri del Sud Est Asiatico. Qui, giovani famiglie si espongono ai peggiori gas tossici possibili per rimettere in circolo parte dei materiali preziosi contenuti nel nostro apparecchio elettronico.

Durante l’intero ciclo di vita dei prodotti elettronici, dall’estrazione delle materie prime, all’eventuale smaltimento dei rifiuti, si producono emissioni tossiche che, semplicemente, uccidono. Siamo appena all’inizio degli studi su come riciclare questi materiali. Non lontano da Malè, capitale delle Maldive, c’è una montagna. È l’unica dell’arcipelago ed è fatta di spazzatura. La montagna ha raccolto pezzi di computer e telefoni cellulari per anni. All’interno dei telefoni, la batteria contiene sostanze tossiche, che piano piano stanno finendo in mare. La maggior parte degli americani, invece, non ha la piu’ pallida idea delle restrizioni sullo smaltimento dei rifiuti elettronici. Finisce tutto nel paccone dei rifiuti, insieme alla scatola dei biscotti e la crosta del formaggio. In america solo 19 stati hanno delle presscrizioni precise per il trattamento dei rifiuti elettrinici. E tra questi non tutti hanno poi l’infrastruttura neccessaria per trattarli. Chi scrive il resoconto su Science (la rivista ha sede negli Stati Uniti) esorta a spendere più tempo nel pensare strategie (politiche, educative) a lungo termine e dice che si dovrebbe promuovere l’istruzione, il riciclaggio e la ricerca “verde” di materiali alternativi per l’uso in prodotti elettronici.

Promuovere la ricerca verde negli Stati Uniti? Speriamo, la storia insegna che quando ci si mettono, poi procedono rapidamente e sono un modello per gli altri paesi. Per ora sono tra i pochi a non aver firmato un trattato (La Convenzione di Basilea) sul movimento internazional, e di materie tossiche (il trattato è stato ratificato da 169 dei 192 stati membri delle Nazioni Unite). Per ora il modello non è dei migliori e la montagna di rifiuti elettronici continua a viaggiare dalle coste statunitensi a quelle asiatiche.

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Pubblicato il rapporto sullo stato dell’artico: continua a scaldarsi.

Ottobre 22, 2009 · Lascia un Commento

La NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), autorevole agenzia federale americana ha appena pubblicato il rapporto completo sullo stato dell’artico. L’Artic Report Card, cosi’ si chiama il rapporto, apre con l’affermazione: Warming of the Arctic continues to be widespread, and in some cases, dramatic. Linkages between air, land, sea, and biology are evident. Ricollegandosi al mio post sulla banchisa polare, vale la pena di leggere l’introduzione sullo stato del ghiaccio marino.
Il grafico sulla estensione massima misurata in estate ed in inverno tra il 1978 ed il 2008 non lascia molti dubbi – pensate se una di queste linee fosse la media annua del vostro stipendio negli ultimi quarant’anni… Continuereste il vostro business as usual, o iniziereste a chiedervi se c’e’ qualcosa che non va?

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I delta che sprofondano. C’e’ anche il Po.

Ottobre 20, 2009 · 2 Commenti

Negli ultimi dieci anni l’ottantacinque per cento dei maggiori delta del pianeta ha subito inondazioni disastrose. Secondo alcuni ricercatori della Universita’ di Boulder (in Colorado, USA), se il livello del mare continuera’ a crescere con il ritmo previsto dagli scienziati dell’IPCC, la superficie dei delta a rischio di inondazione crescera’ almeno del 50% durante questo secolo. Lo rivela uno studio pubblicato su Nature.

L’avvertimento arriva dopo l’analisi satellitare di immagini di 33 grandi delta (tra cui quello del Po), confrontati con carte storiche. polittleI delta, nel loro stato naturale, tendono ad “aggiustarsi” per adattarsi alle oscillazioni del mare. Se il mare si alza, il delta cresce lentamente con esso. Secondo i ricercatori, dei 33 delta, solo 9 stanno accomodandosi alle variazioni di livello del mare. Qualche cosa, nell’ingranaggio naturale dei delta si e’ quindi guastato. Il mare cresce, gli eventi estremi si fanno piu’ aggressivi, ed il delta e’, in un certo senso, addormentato.
Le foci di molti fiumi stanno quindi sprofondando, relativamente alla risalita del livello marino, e questo, dicono i ricercatori, e’ prevalentemente dovuto alle attivita’ umane. C’era da aspettarsi altro? Le interferenze umane con i processi naturali. Tra i problemi maggiori ci sono gli sbarramenti a monte, e le crescenti diversioni lungo i corsi d’acqua. Diversioni importanti per l’irrigazione, o per altri sfruttamenti industriali. Ma alcuni delta stanno proprio sprofondando di loro, per esempio a causa della compattazione dei sedimenti dovuta alla estrazione di idrocarburi come gas e petrolio. Deltaslittle

Insomma, il mare cresce, i delta no. E le popolazioni che li abitano (guarda caso prevalentemente in aree tropicali, in paesi in via di sviluppo) saranno piu’ oggetto di inondazioni, rotture di argini, e uragani. Ed e’ importante notare come sia sempre lei, la nostra ineluttabile neccessita’ di energia, la principale causa dei problemi ambientali su grande scala. La soluzione e’ sicuramente difficile: gli sbarramenti per la produzione di energia idroelettrica sono una delle energie rinnovaibili piu’ alla mano, come rinunciarci? E come ridurre le diversioni per l’irrigazione delle colture?

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Clima: in Italia diminuiscono gli anfibi

Settembre 23, 2009 · Lascia un Commento

In Italia, come nel resto del mondo, la fauna anfibia diminuisce rapidamente. Spariscono rane, rospi, tritoni, salamandre. Il loro declino è molto più rapido di quello di uccelli o mammiferi.

L’Italia per posizione grografica (e climatica) possiede una notevole percentuale di anfibi rispetto al resto d’Europa, ed è quindi da noi che il declino è più evidente. Ne parlo in un articolo su Repubblica.it.

Paolo Mazzei ha una bella serie di immagini.

Una accorata dichiarazione di un gruppo internazionale di specialisti riunitisi alla società Zoologica di Londra, questo agosto, merita la lettura.

Aggiungo qui alcune risposte per esteso a Pierluigi Bombi, biologo, che insieme a Manuela D’Amen della Università 3 di Roma ha pubblicato il risultato di uno studio sulle cause del declino degli anfibi nella penisola.

Una delle ragioni principali per la sparizione degli anfibi è lo sfruttamento incontrollato (over-exploitation) come risorsa di caccia. Mi puoi spiegare meglio?

PB. Per over-exploitation si intende il prelievo diretto da parte dell’uomo di individui vivi in natura. Gli scopi del prelievo possono essere molti. Nel caso degli anfibi i più comuni sono il commercio di animali “da terrario” (ci sono tanti appassionati che allevano anfibi per hobby e alimentano un fiorente business legato alla loro compravendita) e l’uso alimentare. Ad esempio, in molte regioni italiane la rana esculenta è considerata una prelibatezza.

Il Pelobate Fusco, una specie in rapido declino (foto Matteo Di Nicola)

Il Pelobate Fusco, una specie in rapido declino (foto Paolo Mazzei)

36 specie di anfibi in Italia… che poche. Immagino che di uccelli, mammiferi ecc, ce ne sono di piu’. Come mai cosi’ pochi anfibi?

PB. In effetti in Italia ci sono molte più specie di rettili (quasi una sessantina), di uccelli (quasi 500) e di mammiferi (oltre 100) che di anfibi. Tuttavia bisogna tenere presente che l’Europa in generale è relativamente povera di anfibi (circa 80 specie sulle oltre 6000 presenti in tutto il mondo) e l’Italia è il paese europeo che ne ospita il maggior numero (solo Spagna e Francia ne hanno quasi altrettante). Infatti, gli anfibi sono generalmente più abbondanti in ambienti tropicali.

Quali delle 36 specie sono in declino?

PB. Le specie che hanno subito la più evidente contrazione dell’areale sono il discoglosso dipinto (una rana presente, in Italia, esclusivamente in Sicilia), l’ululone appenninico (un piccolo rospo con la pancia gialla, endemico dell’Italia peninsulare) e il pelobate fosco (un rospo distribuito nella pianura padana) che sembrano essere scomparsi da oltre il 30 % dell’area che occupavano alcuni decenni fa. In particolare l’ultimo, il pelobate fosco, ha perso più della metà del suo areale e, almeno in parte, a causa del cambiamento climatico.

Nel vostro rapporto parlate di misure specifiche per salvaguardare le specie che sono a rischio a causa del cambiamento climatico. Potresti suggerirne alcuni?

PB. La strategia che bisognerebbe adottare per permettere alle specie animali, non solo agli anfibi, di fronteggiare i cambiamenti climatici è quella di pianificare dei sistemi di aree protette specificatamente per facilitare gli spostamenti che gli animali compiranno – e stanno già compiendo – in risposta al clima che cambia. Infatti, la distribuzione degli animali è sempre cambiata in funzione delle variazioni ambientali, ma oggi la frammentazione cui le aree naturali sono sottoposte rallenta, o blocca completamente questi spostamenti, impedendo alle specie di assecondare i cambiamenti climatici. Questo, ovviamente, richiede delle analisi a monte per riuscire a prevedere quali saranno gli spostamenti che le diverse specie dovranno compiere nel prossimo futuro per poterli agevolare.

Vorrei qualche dato di confronto con la situazione in Italia rispetto all’EU in quanto a tutela.

PB. Di aree protette destinate specificatamente alla protezione degli anfibi ne sono state istituite diverse sia in Italia sia nel resto d’Europa. Molte specie di anfibi sono considerate di particolare interesse comunitario e la loro tutela è prevista dalla Direttiva 92/43/CEE “Habitat” come uno dei possibili motivi per l’istituzione di Zone a Protezione Speciale. Molti progetti di conservazione sono attivi sia in Italia sia all’estero per la difesa di singole specie, come il pelobate fosco o l’ululone appenninico. Sul fronte della frammentazione ambientale e dei cambiamenti climatici tuttavia, molti dei paesi europei sono più avanti di noi. Ad esempio, in Olanda, nonostante l’elevatissima densità di popolazione umana, c’è una grande attenzione alla creazione di una fitta rete di corridoi ecologici che congiungendo le diverse aree protette consentano gli spostamenti degli animali. Oppure in Spagna esistono già degli studi che valutano l’efficienza dell’attuale sistema di aree protette nel garantire una tutela a lungo termine di anfibi, rettili e in generale di tutta la biodiversità in funzione dell’impatto che avranno i cambiamenti climatici.

Avete mostrato il quadro territoriale del declino in italia. Hai una idea su quanto presto assisteremo alla estinzione di una o più specie sul nostro territorio?

PB. Per ora no. Noi abbiamo analizzato quello che è successo negli ultimi decenni e abbiamo scoperto perché è successo. È ipotizzabile che, vista l’intensità crescente con cui il clima è cambiato negli ultimi anni ed è previsto cambiare nei prossimi anni, il declino che noi abbiamo osservato stia accelerando, ma per fare delle previsioni sono necessarie delle analisi specifiche che mettano in relazione le esigenze ambientali delle singole specie con gli scenari climatici futuri. Questo è quello che stiamo cominciando a fare, ma per avere dei risultati utilizzabili ci vorrà ancora del tempo.

Aggiungo alcuni commenti di Edoardo Razzetti, zoologo al Museo di Storia Naturale di Pavia.

Che argomenti abbiamo per far capire che anche quei pochi anfibi che possediamo sono importanti?

ER. 1) Sono una delle componenti della biodiversità, un patrimonio che abbiamo ricevuto e che dovremmo cercare di trasmettere ai nostri figli. (In fondo.. anche la foca monaca o la tigre siberiana non sono essenziali per la sopravvivenza dell’uomo; ma se pensiamo che sia così allora vuole dire che abbiamo perso completamente il rapporto che abbiamo con gli ambienti naturali).

2) Gli ambienti naturali sono formati una rete complessa di animali e piante in relazione tra loro, se scompaiono alcune specie o se ne introducono di nuove ed esotiche si alterano questi equilibri con conseguenze imprevedibili e in qualche caso disastrose.

3) Gli anfibi compiono parte del loro ciclo in acqua e parte in fase terrestre e per questo sono molto sensibili alle alterazioni ambientali, possono essere un forte campanello d’allarme sul fatto che qualcosa non funziona e che dovremmo cambiare il nostro atteggiamento nei confronti dell’ambiente.

4) Ricerche di medicina hanno studiato e stanno studiando questi animali perché possono fornire all’uomo sostanze utili in medicina.

Qualcuno potrebbe dire oggi il cambiamento climatico e’ di gran moda e che tutti tendono a trovare un nesso tra la propria ricerca e il clima. Tu cosa pensi, che il clima sia veramente cosi’ importante?

ER. I cambiamenti climatici non sono assolutamente l’unica causa ma ci sono forti pressioni per fare credere alla gente comune che i cambiamenti climatici siano solo una teoria non dimostrata (esattamente come per la teoria dell’evoluzione di Darwin ma questo è un altro argomento).

Su alcune specie l’effetto dei cambiamenti climatici è decisamente

evidente, in Nord Europa hanno visto che alcune specie di farfalle

diurne artiche stanno contraendo il proprio areale alle zone più a nord

mentre altre specie di climi più temperati si spingono a latitudini

sempre maggiori.

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Gli effetti del cambiamento climatico su piante ed animali.

Settembre 21, 2009 · Lascia un Commento

Il clima sta cambiando – e del resto lo ha sempre fatto. Ma ora sta seguendo una svolta che non ha precedenti, semplicemente perchè prima non c’erano tutti questi individui della razza umana che, oltre a tutto, da 200 anni hanno radicalmente modificato l’ambiente. L’atmosfera è uno stroato abbastanza sottile del pianeta. È poi uno strato molto mobile, che mette in comunicazione diversi continenti, che si rimescola in continuazione. E quindi la modifica dell’atmosfera in una regione, se protratta per anni, è probabile che in qualche modo influenzi l’intero sistema. Non è nozione nuova: quando c’è una grande eruzione vulcanica, i prodotti più fini possono fare il giro del mondo ed essere ritrovati su continenti posti dall’altro lato del pianeta. Lo stesso, è quindi facile immaginarlo, avviene per grandi aree industrializzate, che per decenni continuano a immettere gas nell’atmosfera. Uno di questi gas, l’anidride carbonica, ha un ruolo fondamentale nel regolare la temperatura della superficie terrestre. Sta rapidamente aumentando dai tempi della rivoluzione industriale, e di conseguenza aumenta la temperatura del pianeta.
Alcuni potrebbero dirvi che questo non è rilevante, che non è sicuro, che comunque non ci influenza, che cambierà…
Non importa, quello che importa è che ci sono già forme di vita animali e vegetali che si stanno adattando. Che migrano in un’altra regione a loro più adatta, che modificano il loro stile di vita, perfino il loro aspetto. Alcune specie, che non possono adattarsi con sufficiente rapidità (per esempio che non possono migrare, o che già occupano una nicchia ecologica così ristretta che una piccola alterazione gli cancella lo spazio vitale da sotto i piedi) reagiscono, semplicemente, sparendo: estinguendosi.
Qui sotto, una lista di esempi di adattamenti che gli scienziati stanno via via scoprendo [La lista è in continuo aggiornamento. Dove possibile cerco di segnalare la fonte della informazione ed eventuali link]:

    In Nord Europa hanno verificato che alcune specie di farfalle diurne artiche stanno contraendo il proprio areale alle zone più a nord mentre altre specie di climi più temperati si spingono a latitudini sempre maggiori. [Info: Edoardo Razzetti - Museo di Storia Naturale di Pavia. Link:]

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Banchisa polare: ancora al minimo

Settembre 20, 2009 · 1 Commento

La banchisa polare ha raggiunto la sua minima estensione annuale. È il terzo minimo storico da quando i satelliti tengono sotto osservazione il polo nord, cioè dal 1979.

...sempre meno campo da gioco...

...sempre meno campo da gioco...

Il 12 Settembre di quest’anno il ghiaccio marino copriva una superficie di 5.1 milioni di chilometri quadrati. In totale ci sono ora 970000 chilometri quadrati in più, cioè due volte la superficie della Svezia, rispetto al 2007, anno in cui è stata registrata la maggiore contrazione della banchisa.
Secondo gli scienziati del Centro Nazionale della Neve e del Ghiaccio (NSIDC), il centro di ricerca statunitense che osserva le variazioni del ghiaccio marino nell’artico, il miglioramento di quest’anno non è una grande consolazione.

Il ritiro della banchisa di quest'anno. Poteva andare peggio.

Il ritiro della banchisa di quest'anno. Poteva andare peggio.

In un comunicato stampa, infatti, i ricercatori spiegano che l’estensione della banchisa è comunque un buon 20% sotto la media degli ultimi trent’anni. Mancano cioè 1.2 milioni di chilometri quadrati per tornare alla estensione media che i satelliti avevano fotografato tra il 1979 ed il 2008, manca quindi all’appello tanto ghiaccio da coprire una superficie pari a Francia e Spagna messe assieme.
La causa di questa “ripresina” è legata alle temperature estive, che erano lievemente sotto alla media, ed ai forti venti che quest’anno hanno dominato l’artico ed hanno disperso il ghiaccio alla deriva. Insomma, niente recupero. A lungo termine, dicono gli esperti, la riduzione del ghiaccio marino continuerà.
Ma non bisogna dimenticare che le considerazioni sulle variazioni del ghiaccio polare sono fatte in un quadro che ha, tutto sommato, solo trent’anni. E che, quindi, anche considerando solo la recentissima storia del nostro pianeta è un periodo di tempo molto corto. Cosa sia successo prima, anche solo 50 anni fa, non si sa. Questo è un limite non da poco nelle considerazioni che facciamo sulla tendenza della banchisa polare. Rimane, comunque, l’unico dato oggettivo, misurato, dello stato e della evoluzione del ghiaccio marino artico.

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Bruceremo sempre piu’ carbone

Settembre 17, 2009 · 1 Commento

Nel 2006 la produzione mondiale di carbone era di 6 gigaTonnellate (e’ moltissimo: 1 seguito da 9 zeri). Nel 2050 le previsioni sono di una produzione, cioe’ estrazione dal sottosuolo, di piu’ di 7 giga Tonnellate. In uno studio, due ricercatori della Universita’ di Newcastle (UK) hanno proiettato nel futuro quella che sara’ la produzione di carbone da qui al 2100. Loro partono dal presupposto che, sebbene il carbone sia ancora molto (piu’ del petrolio), non e’ infinito. O comunque non e’ tutto sfruttabile. Le stime del carbone estraibile si aggirano tra i 700 e le 1200 giga Tonnellate. Che sono moltissime. Ma che non sono infinite. E non sono rinnovabili (a meno di attendere quella manciata di milioni di anni neccessaria per ricostituire i giacimenti di carbone…).

Uno degli scenari presentati nel rapporto della Universita' di Newcastle

Uno degli scenari presentati nel rapporto della Universita' di Newcastle



Il loro studio, che e’ in pubblicazione su una rivista scientifica (il cui nome la dice lunga: Fuel) dimostra che tra il 2010 ed il 2048 ci sara’ il picco produttivo. Da li in poi la produzione colera’ a picco (gia’ che di picchi si parla).

Visto che il 2048 non e’ poi cosi’ lontano e molti di coloro che leggono questo blog potrebbero arrivare al punto “carbone=zero [e gia' da tempo petrolio=zero]“ho due considerazioni da fare.

1) La nostra e’ una civilta’ che dalla rivoluzione industriale in poi ha prosperato sulla energia di risorse fossili, ci stiamo preparando per il dopo-carbone? Non manca molto.

2) Ma con tutto questo parlare di riduzione della CO2 nell’atmosfera, come e’ possibile che il picco di produzione e consumo di carbone abbia ancora a venire? Ma non dovremmo aver gia’ preso provvedimenti affinche’ questa curva di produzione e consumo diminuisca?

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Ghiacciai ticinesi – un libro fotografico

Settembre 17, 2009 · Lascia un Commento

Ghiacciai ticinesi è l’ultima opera fotografica di Ely Riva, fotografo di montagna ticinese. Riva è uno specialista del ritratto. Del ritratto di montagne, valli, dirupi, cime, pietraie, torrenti e di ogni “personaggio” che tipicamente compone il paesaggio alpino ticinese.

Il libro di Riva

Il libro di Riva


Li ha conosciuti tutti, i ghiacciai ticinesi, e li ha visti rimpicciolirsi, goccia dopo goccia, sciolti da un clima sempre più caldo. Ora, con questa sua opera, che è un piacere per gli occhi sfogliare, Riva ha raccolto la testimonianza dei suoi personaggi preferiti: i ghiacciai. Una testimonianza che ovviamente non può essere a parole, visto che ghiaccio e neve non parlano, ma una testimonianza visuale sul loro stato alle soglie del terzo millennio.
Sono cinquanta, i personaggi raccolti e raccontati nel volume. Gli ultimi cinquanta, quelli che restano e che potrebbero non restare molto a lungo. Fotografie ampie, con spessore. E schede tecniche sulle caratteristiche di alcuni ghiacciai, con cartine, studi recenti e meno. Insomma, un autentico documento scientifico – ma per tutti. Per tutti coloro che vogliono sapere di più sugli ultimi cinquanta ghiacciai del Ticino.

Il ibro è edito da Salvioni.

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